un po' di storia...

chi rom e…chi no è un’associazione di promozione sociale che nasce a Scampia, periferia nord di Napoli, nel 2002.

Si è radicata nel territorio a partire dalla creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere e della città, attraverso interventi culturali e pedagogici, lavorando nella periferia intesa come luogo di sperimentazione e condivisione di buone pratiche.

Chi rom e…chi no progetta e realizza laboratori per i minori, gli adolescenti, le donne, nelle scuole, nel campo rom, nei rioni e negli spazi pubblici di Scampia per attivare concreti processi di cittadinanza e partecipazione ai percorsi di emancipazione sociale, personale e collettiva, per la trasformazione positiva di un intero territorio.

La storia dell’associazione inizia dalla autocostruzione di una baracca con gli abitanti del campo rom informale di Scampia, che è diventata spazio pubblico e culturale della città con l’obiettivo di combattere le discriminazioni, gli stereotipi, favorire la partecipazione attiva e critica degli abitanti, delle associazioni, delle istituzioni.

chi rom e...chi no, dopo anni di radicamento nel quartiere di Scampia, affronta un ambizioso quanto complesso progetto di consolidamento delle relazioni culturali, umane, emozionali, pedagogiche, interculturali e progettuali fin qui vissute, attraverso la scelta di creare un luogo simbolo di permanenza culturale e di cittadinanza aperto e condiviso.

Nello spazio comunale affidato all'associazione in comodato d’uso gratuito per sei anni, nel polifunzionale di Scampia, Comparto 12, Viale della Resistenza, sovrastante l’Auditorium, chi rom e…chi no ha come suo primo obiettivo la progettazione di un abitare collettivo per immaginare uno spazio culturale e sociale, luogo aperto ai bambini, alle famiglie, ai giovani, ai lavoratori,agli stranieri, italiani e rom, alla rete di associazioni del quartiere.

Affianchiamo al processo culturale, un processo di autosostenibilità e di innovazione sociale attraverso l’attivazione di una cucina interculturale e l’apertura di uno spazio di ristorazione diurno e serale gestito dalla Kumpania Impresa Sociale, la prima in Italia che coinvolge dieci donne rom e italiane.

La riorganizzazione degli spazi, la riqualificazione ed il recupero di una risorsa territoriale da sempre sottoutilizzata o addirittura in abbandono, la contiguità con l'Auditorium e con il grande parco di Scampia, diventano allora elementi costitutivi di una piattaforma d'intervento che si interroga sulle odierne prospettive di trasformazione dello spazio pubblico e sull'effettiva sostenibilità di processi socialmente rilevanti.

venerdì 11 gennaio 2008

Racconto del 25 ° carnevale del Gridas

Tra palazzoni di tredici piani, grandi aiuole, case popolari, mercatini rionali, chiese e recinzioni di cemento armato, carceri, campi rom e strade a scorrimento veloce….

sfila ogni anno il corteo di carnevale di Scampia, periferia nord di Napoli.
Anche quest’anno il 25° carnevale di quartiere del Gridas (gruppo risveglio dal sonno) è stato una festa popolare, con la partecipazione di molte realtà territoriali: gruppi, associazioni, scuole, singoli cittadini napoletani e rom.
Il carnevale del Gridas nasce 25 anni fa, con l’intento di rivalutare la funzione del carnevale come occasione di denuncia e critica sociale. Ogni anno viene scelto un tema sui fatti di attualità, sul quale ragionare con la costruzione di carri e maschere da parata. Quest’anno il tema è stato: “FILO DIRe/iTTO ovvero CHI CONTROLLA CHI” con riferimento ai fatti di cronaca tra spionaggi e intercettazioni: i fili delle guerre globali e sociali, i flussi di persone, donne, minori ma anche merci, immondizia, armi, scorie. Un atto di accusa verso chi tiene i fili, con schemi e omologazioni imposti dall’alto. Ma anche una spinta a cambiare le cose. Come ogni anno le maschere sono contrapposte tra simboli positivi e negativi relativi al tema scelto. E come ogni anno il corteo si è concluso con un grande falò per bruciare allegoricamente i simboli negativi e far trionfare quelli positivi danzanti in un girotondo attorno alle ceneri. Le maschere e le strutture sono costruite con materiali di risulta, cartone, cartapesta, poliuretano espanso, nell’ottica del riciclaggio. Quest’anno il Gridas ha presentato come carro negativo un grosso telefono centrale con occhio (tipo grande fratello) da cui si dipartono, collegate a fili, tante cornette, ognuna caratterizzata per argomenti (guerra, nucleare, calcio, pornografia, migrazioni, immondizia, ecc.) e temi specifici, come il ‘filo spezzato di Welby’ o il ‘filo a cappio di Saddam’.
Il simbolo positivo è stato invece un gomitolo con tanto di ferri e, in lavorazione, una rete con i colori della pace.
Altri carri erano la macchina double-face dell’ Immondizia, ovvero un doppio cassonetto:
da un lato indifferenziato e straripante, dall'altro differenziato e pulito, con tanto di fiore con ape (in omaggio alla notizia secondo cui le api non vanno sui campi OGM); poi il carro dell’associazione Chi rom e…chi no: un megafono gigante, a più voci; e ancora le parodie e le canzoni composte dal maestro Gianni Taricone.Per un giorno all’anno Scampia si riempie di gente, colori, musica, si respira un’alchimia sapientemente costruita e voluta dal Gridas e da tutte le realtà che vi partecipano “che si riappropriano della strada con i piedi”, per usare le parole di Felice Pignataro. Il Gridas è un centro sociale costituito nel 1981, l’acronimo ‘gruppo risveglio dal sonno’ (in riferimento alla frase di una delle incisioni della “quinta del sordo” di Goya), allude al risveglio delle coscienze e ad una partecipazione attiva alla crescita della società. Fondato da alcuni attivisti, tra cui Felice e Mirella Pignataro, il gruppo comincia sin dall’inizio a dare un contributo deciso all’innovazione educativa, soprattutto nelle scuole, nell’ottica di una pedagogia creativa: pittura collettiva, uso dei sussidi audiovisivi, riscoperta della manualità, riciclaggio dei materiali, sperimentazione di nuovi linguaggi artistici come i murales, i fumetti, gli autoadesivi stampati a mano in lineolografia, e la televisione a mano come teatro minimo di strada. Da più di vent’anni il Gridas svolge sul quartiere una fondamentale azione sociale e pedagogica, gratuita, incessante e tenace, tanto da diventare un punto di riferimento per le altre realtà territoriali che nella sua sede si incontrano, si scambiano opinioni, progetti, modalità pedagogiche e relazionali, sostenendosi nella realizzazione delle diverse attività.
L’ obiettivo principale è favorire le relazioni e la collaborazione, soprattutto nel dono reciproco della manualità. Il Carnevale del Gridas è così diventato un esempio importante di lavoro in rete: il gruppo storico dà il là, definendo un tema e un percorso (‘il bando di Carnevale’), e altre decine di gruppi lavorano su questa traccia in maniera assolutamente autonoma, calandola nelle proprie specificità. Nel momento finale, quello della piazza, tutti i singoli percorsi e i soggetti che li hanno realizzati confluiscono di nuovo in un luogo-tempo comune, quello politico e artistico della strada e della piazza.Oltre che con il Carnevale, Il Gridas ha saputo costruire nel corso degli anni consuetudini e memorie in molti altri modi, per esempio con un cineforum (dal motto “La televisione divide il cinema unisce”, con un programma ricco di proiezioni ignorate dalla grande distribuzione) e soprattutto con gli oltre 250 murales realizzati da Felice per colorare i muri grigi di periferie di tutto il mondo, a rappresentare “l’utopia sui muri” (titolo di uno dei libri di Felice Pignataro, Info:www.felicepignataro.org), tentativo di abbattere le barriere di indifferenza e pregiudizio dipingendole simbolicamente. “Arte e creatività in funzione di critica sociale, sostegno per tanti e stimolo per cambiare le cose”.Felice oggi non c’è più, ma l’eredità che ci ha lasciato è enorme, la sua azione pedagogica prosegue con la sua famiglia, Mirella, la moglie e i figli Martina, Giovanna, Luca e trae forza da una rete di relazioni che si è consolidata nel corso degli anni e ha reso possibile le “Utopie” di tutti noi.

martedì 18 dicembre 2007

Oplà città in campo

Il Comitato Spazio Pubblico ringrazia tutti coloro che hanno partecipato e condiviso il senso della giornata di convivialità e riflessione al campo rom. Continuate a seguire le iniziative del comitato






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domenica 10 giugno 2007

ARREVUOTO

"Arrevuoto”, rivolto, sconquasso, metto sottosopra, ribalto la situazione. Il titolo dello spettacolo è un termine napoletano diventato nel tempo comprensibile anche per chi viene da Ravenna. Durante i primi mesi di laboratorio al Gridas, era la parola che risuonava di più: in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione futile o importante che fosse, potevi sentirla. Dio Ermes con tutta la sua forza la urlava contro tutto e tutti, in questo modo Emanuele con atteggiamento minaccioso e determinato, che ha solo chi sa di essere il re, pareva riuscire a definire con chiarezza e lucidità i labili contorni di un progetto complesso e coraggioso, in cui tutto era sotto tiro, noi compresi, chiamati in qualche modo a scegliere se accettare la sfida o soccombere.
La costruzione del percorso teatrale con il gruppo di ragazzi che seguiamo è iniziata al Gridas (gruppo risveglio dal sonno), centro sociale di Scampia e punto di riferimento della nostra azione politica e sociale. Il progetto in partenza è pensato per le scuole e noi non lo siamo, per di più non siamo neanche un’associazione, la nostra presenza non è per niente scontata al suo intorno. Arriviamo con un gruppo eterogeneo per età, provenienza e storie di vita, con una serie di complessità e peculiarità legate alle diverse situazioni, ma la passione e la consapevolezza con cui portiamo avanti i percorsi pedagogici con rom e napoletani da anni e la fiducia degli amici che ci hanno voluto nel progetto, fa sì che le differenze diventino ricchezza e che noi vi partecipiamo.

Pensare a chi coinvolgere, immaginarseli su un palco, incontrarli e convincerli a fare un laboratorio di teatro tenuto da una compagnia che viene apposta da Ravenna.
Spingere i ragazzi verso un’esperienza che non conoscevo mi risultava strano, né io e né loro sapevamo bene dove ci avrebbe portato, ma con il fiuto certo e istintivo che accomuna chi percepisce a pelle le occasioni, decidiamo di far parte del grande gruppo che stava nascendo.
Vuoi venire a fare un laboratorio di teatro? C’è un’importante compagnia teatrale, e poi ci saranno tanti altri ragazzi e ragazze, 50, 60 con cui ci incontreremo ad un certo punto per fare uno spettacolo a Scampia e uno a Napoli, in un teatro che si chiama Mercadante.
All’inizio era tutto incerto, le telefonate ogni domenica per annunciare il laboratorio del giorno dopo, appuntamento alle 16 al campo rom e fuori alla chiesa del rione. Andavo ma spesso capitava di non trovare nessuno. Così mi guardavo intorno, cominciavo a cercarli nelle “case dei puffi”, fino ai piani alti delle torri dove non ci sono i citofoni e puoi entrare solo perché sei riconosciuto, nei campi rom, per strada, nei ritrovi. Li incontravo allora nei loro spazi e luoghi quotidiani, che sentivo così distanti dalla storia del teatro, quello spaccato di vita lo avvertivo così limitante rispetto alla mia percezione del mondo, all’impegno e alla fatica che ogni giorno fai per vedere meglio quello che ti accade intorno, per provare a capirlo e, nel tuo piccolo, a cambiarlo. Sentire perciò dai ragazzi tutte qulle storie sul “ma che serve tanto tutto resta uguale”, mi creava una sorta di insofferenza, quella sensazione di immobilità, di rassegnazione passiva che mi spingeva a parlargli in maniera sempre più disincantata ripetto a quello che sentivo e vedevo. In gioco non c’erano solo loro, ma la mia stessa vita, eravamo tutti parte di un solo grande spettacolo… perciò valeva la pena provare e riprovare, bussare all’infinito a quella porta, anche quando che sai già che non si aprirà, ma non importa tu vuoi fargli sapere che ci sei, sei lì per lui, che non c’è fretta, perchè sei disposta ad aspettarlo tutto il tempo di cui avrà bisogno per convincersi che può volare, ridere, scherzare, essere felice, e tu con lui.
Più in là mi sarei accorta, invece, di quanto questa realtà complicata e contraddittoria, sarebbe entrata a pieno titolo nello spettacolo, fino al punto in cui era lo stesso spettacolo a trarre da quelle storie vitalità e forza.
In questi giri, così preziosi perché mi consentivano di costruire un’intimità profonda e difficilmente ripetibile, trovavo Anna immersa in un riposino pomeridiano dopo la scuola che a fatica apriva gli occhi davanti a me pronta a trascinarla al laboratorio. Gelian, che ancora indaffarata a preparare la la legna per la stufa, mi chiedeva di ripassare dopo un po’, quando bella e profumata sarebbe stata pronta ad affrontare la sua timidezza. O Dusko, che non usciva se non si era pulito le scarpe ben bene e ingelatinato i capelli con diligenza svizzera.
“Arrevuoto”, insieme di mille storie, tra queste ripenso a Jasmin. Il treno notturno in partenza per Torino, su quel treno lui e la sua famiglia lasciano la miseria di un campo rom abitato per più di quindici anni, in cerca di nuove speranze, di nuove mete da raggiungere, quando l’orizzonte circostante diventa troppo limitato solo quello che è sconosciuto ti lascia la possibilità di continuare ad immaginare. Ma per Jasmin è più dura, dopo tanti mesi passati a combattere con la propria incostanza, la timidezza, a vivere un amore quasi inverosimile con una ragazza napoletana, tutti altri luoghi e abitudini, adesso a soli 15 giorni dallo spettacolo deve andare via. Le tante telefonate, la possibilità di un alloggio, di un sostegno forte su cui contare e la consapevolezza di aver partecipato ad un’esperienza importante a cui non si può rinunciare, lo spingono a ritornare e ad esserci allo spettacolo finale.

Le chiacchierate nelle loro case con le famiglie, passate a raccontare dello spettacolo e dell’importanza dei loro figli nella costruzione dell’intero percorso, la possibilità per molti di andare a teatro per la prima volta… sono tutti elementi irrinunciabili per creare quel senso di comunità che unisce le persone intorno ad percorso condiviso e partecipato, e ridà senso allo stare insieme.
La cosa importante non sembrava allora essere il teatro o per lo meno quello che così chiamavamo noi adulti, visto che la loro idea di teatro era piuttosto vaga. Gli esercizi di preparazione poi, tutte stronzate, che creano imbarazzo, ma in fondo anche molto divertenti perché tutti ci mettiamo in gioco, superando i ruoli che rivestiamo. La cosa che ci ha tenuto insieme, è l’energia che respiriamo in questi momenti di grande sintonia, ricercata, sudata, guadagnata, la sensazione di poter dare vita ad una bella storia fatta di guerra, di determinazione, di insofferenza, di pace e di bellezza. Con la maggior parte dei ragazzi del laboratorio ci conosciamo da anni e l’esistenza di una relazione autentica e consapevole facilita il percorso, anche se le difficoltà a volte pesano molto. Lavoriamo sulla capacità di concentrarsi, di essere gruppo nel rispetto dei tempi e delle caratteristiche personali di ognuno, e il laboratorio diventa man mano spazio di vita in cui riuscire a canalizzare le tensioni, le insofferenze, le paure e ad esprimere il meglio delle proprie potenzialità.
I laboratori di teatro sono in sintonia con il lavoro che si svolge in strada, quando li cerchi e con loro parli di Aristofane come di qualcuno conosciuto da sempre, quando nel rione intoni sotto alla torre una strofa dell’ottava del Boiardo per chiamare Antonio al 10° piano, al campo rom quando sbraiti e ripeti all’infinito la bellezza e l’importanza delle loro presenza lì, della potenzialità della lingua romanes come elemento determinante nella composizione magica dello spettacolo. Lavorare sulla possibilità di costruire percorsi significativi in cui i ragazzi sentono di poter trovare un loro spazio fisico e mentale in cui esprimersi, attraverso la “messa in vita di uno spettacolo teatrale”, diventa la chiave per consentire loro di scegliere di venire, di impegnarsi e sudare con te perché così senti in qualche modo di esistere dignitosamente. I ragazzi con cui ci ostiniamo a lavorare sono quelli che vengono espulsi normalmente dalle scuole medie e inseriti in classi speciali sistemate in “strani posti” dove trascorrono tre giorni a settimana, quando ho chiesto ad Anna pupatella cosa fossero, lei ha risposto che “è una classe dove stanno tutti i ragazzi terribili, solo che ora i terribili sono aumentati e le classi sono passate a due”. Ragazzi che decidono lucidamente di non mettersi nei guai, di non andare a rubare quel giorno e venire al laboratorio, che stanno agli arresti domiciliari e che vengono liberati pochi giorni prima dello spettacolo in tempo per rappresentare la pace, sono gli stessi che riescono a salire sul palco e “arrevutare” la scena con tutto il pubblico presente, a dispetto di qualsiasi stereotipo e immagine che insegnanti, giornalisti, adulti borghesi e saccenti gli hanno incollato addosso. Sono le loro mamme che fuori all’Auditorium minacciano di portarsi via i figli se non le fanno entrare per la seconda serata consecutiva dello spettacolo, finalmente quello spazio viene restituito alla gente dopo 15 anni di chiusura e i primi a salire sul palco sono proprio loro.

domenica 19 febbraio 2006

Viaggio nella memoria per...

Storie di ordinaria Scampia


Ripercorrere strade, luoghi, ricordi. Ricostruire memorie, pensieri, storie. Vivere il proprio quartiere, scoprirne la bellezza, sentirsi parte di esso, ritrovare una “normalità”. Un lavoro iniziato un anno fa, proposto ad un gruppo di adolescenti e alle scuole elementari e medie di Scampia; proposta accettata, discussa, rielaborata, ognuno con i propri strumenti e con la propria complessità. Il tentativo di uscire da se stessi e dall’immagine che ultimamente gli eventi e il mondo mediatico hanno imposto all’opinione pubblica, e contemporaneamente uno sforzo per ricollocarsi e ritrovarsi in un luogo che pare non avere una precisa identità, comunemente percepito come terra di nessuno, deserto urbano, scenario di macabre e inaudite violenze, mercato indisturbato della grande criminalità, all’ombra di una minacciosa e imponente edilizia popolare. Un viaggio, alla ricerca delle proprie radici passate e future, e per la trasformazione visiva ed emotiva di questo spazio vivo, vitale, vivido, che non è solo una periferia degradata, e che non esiste solo in quanto fonte inesauribile di osceni scoop televisivi. E le indagini, le inchieste sociali, le ricostruzioni, gli eventi, sono stati condotti e vissuti per una volta in prima persona da chi questo spazio lo abita, lo conosce, e prova a comprenderlo. La parola è passata da subito ai ragazzi, gli unici possibili artefici e protagonisti del proprio possibile e futuro cambiamento, in risposta a tutti i vani piani pseudo-educativi e assistenzialisti che la società e le istituzioni pubbliche si sforzano, talvolta, di applicare.

La scoperta dell’altro, ovvero storia di una passione comune
Scampia è divisa in rioni o lotti, anonimamente contrassegnati da lettere (Lotto A, G, S…), collegati da dispersivi stradoni che spesso non hanno un nome, e che non sono facili da percorrere a piedi (ma per andare dove poi), poiché la segnaletica è spesso inesistente. La vita di strada, così comunemente napoletana, si rinchiude e si contrae in questi isolotti, e non è favorita da alcuno spazio aggregativo (piazze, bar, mercati); gli unici punti di ritrovo sono, di fatto, le cosiddette agenzie territoriali o presidi istituzionali (chiesa, scuola) che di volta in volta rispondono a varie esigenze oltre a quella propria, e diventano così palestre, laboratori, sale polifunzionali. Per estendere le proprie relazioni sociali spesso bisogna spostarsi in altre zone della città, che tuttavia si possono raggiungere con autobus o grazie a una funzionale metropolitana. La mancanza di tali spazi vitali, é il frutto di un disegno urbanistico piuttosto limitato e poco attento, evidentemente, al bisogno tipicamente umano di relazionarsi con gli altri, ci si è concentrati solo sulla creazione di enormi edifici dormitorio, il resto è stato ritenuto superfluo.
Uno di questi rioni, un lotto, confina con un campo rom “abusivo”, che occupa un’area dimenticata dall’ establishment politico, ai margini della città, ma non troppo, sotto un’arteria stradale che dovrebbe mettere in comunicazione Napoli con l’hinterland, chiamata asse mediano, che però non è mai stata completata. L’insediamento risale a parecchi anni fa, e numerose famiglie vivono in condizioni che definire precarie sarebbe insufficiente per rendere l’idea della situazione: senza acqua, senza luce, senza servizi igienici. Baracche di nome e di fatto, circondate spesso da cumuli di spazzatura anche di produzione esterna, che l’impresa cittadina che si dedica alla rimozione di rifiuti, decide in maniera assolutamente arbitraria quando e se prelevare, e proprio recentemente solo dopo aver ottenuto un finanziamento straordinario di migliaia di euro. Eppure, come già detto, la zona non è del tutto invisibile e marginale, confina anche con una scuola elementare, oltre che con quel lotto.
E’ molto difficile però la comunicazione fra i due microcosmi, vicini di casa, sì, ma non necessariamente simili. Bambini, adolescenti, adulti, allo stesso modo, ma le diffidenze sono molte, e apparentemente anche le differenze. Certo differenza di abitazioni, gli uni nelle case, gli altri nelle baracche, gli uni con l’acqua calda, gli altri costretti a stratagemmi per avere l’elettricità, differenza di abitudini, di lingua, di abbigliamento…napoletani e rom, due culture a confronto, un confronto molto ravvicinato e quotidiano, che non sempre riesce a diventare incontro, i pregiudizi e la non conoscenza, si sa, rendono ciechi e ostili. Eppure, queste due comunità condividono lo stesso territorio, le stesse scuole, le stesse strade, gli stessi momenti difficili, la stessa storia, passata e presente. Sono entrambe comunità migranti: Scampia è un quartiere giovane, recente, alcuni abitanti provengono dalla Macedonia, dalla Serbia, altri dai quartieri del centro di Napoli, ma i ricordi di ognuno in questo luogo risalgono a un passato molto recente, e la costruzione di un’identità precisa è un processo tutt’ora in corso. Questo compito, è affidato ai giovani e giovanissimi, che invece sono nati a Scampia, rom e napoletani, che non corrispondono affatto, né si riconoscono, con i luoghi comuni con cui vengono bollati e inquadrati.
Un gruppo di adolescenti del campo rom e del lotto confinante, insieme, hanno dato vita a un percorso di vera e propria cittadinanza attiva, dimostrando di poter ribaltare la situazione e riuscendo a stabilire relazioni durature e profonde. Prima non si conoscevano molto, forse non avrebbero mai pensato di trascorrere intere giornate insieme, di scambiarsi opinioni; i napoletani non avrebbero mai pensato di poter andare a trovare i loro coetanei nelle loro baracche, di visitare le loro case, di intervistare i nonni e le madri, di rendersi conto che se non si lavano molto è perché l’acqua corrente non è sempre un diritto di tutti, di riconoscersi negli atteggiamenti e nelle paure, comuni a tutti gli adolescenti, anche se questi (sia i napoletani che i rom) crescono piuttosto in fretta. E d’altra parte, di uscire dal quel lotto, incastrato in buona parte dai movimenti dello spaccio di droga, viavai di tossicodipendenti, di sfidare le strade anonime del quartiere, tutti insieme, per fare passeggiate che in altri zone sono del tutto normali, e che anche qui possono e devono esserlo. Macchine fotografiche e videocamere alla mano, hanno esplorato il territorio, il loro territorio, riappropriandosene, scoprendo punti, angoli, panorami, una natura rigogliosa, e il piacere di percorrere questi spazi e di descriverli con strumenti creativi eppure semplici. Un’inquadratura, un’angolazione, un soggetto o vari, uno sfondo, e ripetuti e molteplici scatti e riprese, un apprendimento graduale ma molto istintivo e quasi naturale. Pensare a un’immagine e vederla poi stampata e dunque concreta, riconoscersi, imbarazzarsi ma poi un po’ vantarsi del proprio inaspettato lavoro, che racconta dall’interno e con cognizione di causa ciò che ogni giorno si sfiora appena con lo sguardo. E di nuovo gradualmente ma naturalmente, durante questi incontri, la scoperta di una passione comune, portata avanti in maniera differente, ma con uguale entusiasmo: la danza, il ballo, espressione corporea irrefrenabile, impulsiva, quotidiana. Nel lotto, uno dei ragazzi, da un po’ di tempo organizza e gestisce una scuola di ballo in uno spazio “arrangiato” ma fornito delle cose essenziali: stereo, casse, musica latinoamericana e uno specchio. La scuola è rivolta a una marea di piccoli allievi che il giovane maestro segue con dedizione, curando tutti i minimi particolari, ricambiato dalla loro continuità e ammirazione. Un’altra ragazza, a volte è presente, ma segue in altri modi la sua vocazione. Nel campo rom, i ragazzi si esercitano preferendo la break-dance e l’hip hop, le ragazze le loro musiche arabeggianti. Si sono incontrati su queste basi, hanno lavorato sulle differenze e sulle somiglianze, alcuni hanno appreso passi nuovi da altri, hanno provato e riprovato in strada, nella villa comunale, in un centro sociale poco distante, e insieme hanno dato vita a vari spettacoli rivolti al quartiere, alle loro famiglie, alla città. Per tre giorni, durante una mostra del loro lavoro di un anno, le fotografie e il video-documentario, in una villa comunale finalmente piena, viva, grande contenitore e spazio espositivo anche delle 35 grandi cartine del quartiere su cui hanno lavorato le sette scuole di Scampia. In un clima di pace ed entusiasmo, si sono esibiti in danze emozionanti, e hanno riunito gli abitanti del quartiere, rom e napoletani, fianco a fianco, che hanno vissuto momenti di gioia, di divertimento, momenti straordinari, ma che si costruiscono giorno per giorno, e che racchiudono storie di ordinaria e quotidiana lotta umana per una vita dignitosa ma anche tremendamente esplosiva ed emozionante.

giovedì 19 gennaio 2006

La colonia

La colonia a Marechiaro, esperienza d’estate assolata di sorrisi al colore di laboratori di libera espressione, in costante divenire, giù per una stradina chiusa ai mortali.. venti bambini, micro o più grandicelli tra rom e napoletani.. poi un cancelletto.. aperto..
cominciano a scendere due culture su scale fatte di foglie e desideri.. vicini o irrequieti i piedi coprono il sentiero giallo tufo.. chiara o bruna la pelle degli avventurieri scorge a metà percorso una composta staccionata.. ci accoglie un mulo.. custode silenzioso del piccolo regno del rispetto, in cui ogni movimento è natura, ogni natura è dono, ogni dono è scambio di emozioni che portano al mare, meta quotidiana al profumo di sale.. contornata da un teatrino di rovine antiche la nostra oasi lascia ammirarsi da limpidi sguardi e accarezzarsi da fiducia nuotata.. qualche ora.. una sbirciata alla grotta minuta e poi via.. un quarto dei pezzi del puzzle vivente si avvia in risalita, con aria nascosta di chi va a costruire una sorpresa.. non ci si voglia scordare del degno saluto da rendere al buffo custode dalle alte orecchie a punta.. ma in fretta però, il dovere di dar piacere ai commensali è forte.. il pranzo sarà in tavola tra mezz’ora.. serve apparecchiare.. basta raccogliere lungo il ritorno qualcosa che si guadagni il consenso emotivo dell’allegra spedizione.. da riportare come dopo un prestito.. la cucina ci aspetta.. nella stanza più avanti è accomodata un’officina della creatività.. un tavolone centrale per poter lavorare guardandosi.. alle spalle tutto l’occorrente.. e se non c’è lo si inventa: si mettono in pratica gli ecoritrovamenti affiatati.. ed ecco che sui tavolini da pranzo arrivano le tovagliette contaminate da oggetti di natura.. pietre e sassolini vivaci, cortecce d’alberi che soffrono il caldo e cambiano pelle, rametti e fiorellini attendono gli altri bagnanti per accoglierli con un regalino “fatto da noi!”: espressione personalizzata consapevole.. e domani a chi toccherà?.. chissà.. lo decideremo insieme non prima di aver raccolto energie imbandite. Al pomeriggio, lungi dal preservarsi da una floscia fase digestiva (salvo che per bioritmiche ragioni sonnolente) è gioco libero.. “più in là c’è un parco giochi chiuso, m’hanno detto”, presto fatto.. non sarà mica una vecchia ringhiera squarciata a farci credere che questo posto è morto?!? su con la vita.. il tutto comincia a muoversi tra fruscii e cigolii ferrosi, i bambini sono l’ossigeno di questo luogo abbandonato.. qui si rinasce.. e poi ancora prato.. su cui sedere a parlarsi con le mani in azione.. disegni sparsi tra una comitiva e l’altra.. segni pennellati da contatti con l’altro.. c’è tanto da esplorare.. il lavoro è lungo quanto grandioso.. la vicinanza dei corpi favorisce brevi scontri interculturali.. poi incontri abbracciati.. siamo tutti sulla stessa barca.. i ragazzi lo sanno bene.. e i pregiudizi servono soltanto a ledere la libertà d’essere.. tanti sono i sapori umani da assaggiare.. e il palato non è solo un nucleo di papille ma anche veicolo esclusivo di corde vocali da strimpellare al ritmo di relazioni.. sempre più armoniose.. coltivate nel tempo come fiori dolcificano il rispetto reciproco e germogliano un reale mettersi-in-gioco tanto caro e facile alle tenere età.. i brutti pensieri, sfiducie e mancate speranze sono indotti da una realtà molto meno facile da vivere.. siamo sulla stessa nave.. e il mare si lascia scorgere fino a un certo punto.. così dalla cooperativa manipolazione di un cilindro alto il doppio di un cappello e guarnito a un lato da materiale impermeabile nasce un oggetto magico d’inimmaginabile potenza.. offrirgli omaggio con un nome all’altezza e d’obbligo: il Marescopio.. un portale trasportabile che unisce l’elemento aria a quello acqua, senza escludere la vista a noi creature terrene.. basta che la parte trasparente di Quello sia appoggiata su uno squarcio di mare desiderato e che una minuscola testa vi cali dentro gli occhi.. e spiare il fondo di sassi dai peli solleticanti.. e la paura del buio è annullata da ciò per cui la fantastica Forma ha motivo d’esistere.. la conoscenza.. unica maestra che permette un contatto con l’esistente.. dalla dinamica consistenza della natura al geniale incastro di bambini e adulti con essa, fino alla profonda calata in noi.. niente è statico.. muoviamoci ché sono pronte le vivande serali.. c’è da recuperare un po’ di forze.. il salone rimbombante al fianco della cena attende di riempirsi con un gran cerchio umano, seduto in terra con le gambe incrociate a prepararsi per un riscontro-ritorno verbale sulla natura della giornata passata.. l’energia è ancora tanta.. non è facile star fermi.. ma c’è da parlare di sensazioni, scontenti e meraviglie del giorno.. intelligenza emotiva: ripercorrersi in ogni propria azione motivata da respiri del momento, rivedere le posizioni e le scelte agite al sole.. e le relazioni gestite tra conflitti sinceri e mediazioni coscienti, invasioni di luoghi e condivisioni di spazi.. alziamoci.. la cena.. il buio incombe e il piccolo anfiteatro di cemento all’esterno dell’area “vitto&alloggio” desidera una compagnia di cantastorie che musica le fasi crescenti della luna.. sarà splendidamente piena fra qualche giorno.. non ci resta che invocarla e poi.. tutti a nanna, ognuno nella propria stanza da sei freschi letti.. è tardi.. di attimi genuini ce n’è ancora, da vivere parlare tastare.. sogni d’oro riposati, ché al mattino dal terzo piano dormiente ci si sveglierà al suono di un deedjeredoo.. uditivo preannuncio ad un inspirato saluto al sole.. troppo ferme sono state le membra durante la notte.. è tempo di attività.. la colazione sarà in tavola.. il mare giù nell’angolo.. domani si scenderà a sud.